LA CASTELLINA ECOMUSEO

ARTE, CULTURA, AMBIENTE A CASTELLINA MARITTIMA DALL'ECOMUSEO DELL'ALABASTRO blog gestito da Raffaela Maria Sateriale

SALUTE E TEMPO LIBRO

 

CONSAPEVOLEZZA

 

 

Passo molte volte vicino alla sofferenza nella fase terminale ed alla morte ed il mio passare è quasi d'imbarazzo. Cosa si può o cosa si deve ancora fare? Forse il possibile si è già fatto da tempo e quello che rimane non è solo dolore, ma anche accettazione unita alla compassione ed all'attesa; rimangono gli occhi di chi ha accompagnato la più o meno lunga malattia ed il rispetto per una vita che si spegne, cercando di attutire, per quello che si riesce, questo drastico passaggio. Non c'è quasi mai il tempo per riflettere, ma il lavoro da anni è quello di osservare e molte esperienze tornano alla mente e si rivelano, portando con sé un'intensità di sentimenti che non ha pari, come il desiderio,non esaudito, espresso da una madre che non voleva morire nel giorno del compleanno della propria figlia sedicenne; o viceversa il sereno ringraziamento di un figlio, per il tempo concesso alla madre:"...ci siamo detti tutto...". Sono stata depositaria di sprazzi di vita altrui ed a posteriori ho ringraziato perché hanno rafforzato il capire di altre esperienze, più vicine al quotidiano, ma di pari dignità. Penso spesso al tempo che letteralmente "si butta" e forse nel rispetto di chi tempo, antitempo, non ne ha più a disposizione e nel rispetto di chi tempo ne vorrebbe ancora un po', occorrerebbe adoperarsi per migliorare qualitativamente le nostre esperienze di vita e non in senso "meramente consumistico".

Il divenire consapevoli è un percorso che ognuno di noi, con modalità diverse, è chiamato a compiere nella propria vita. Il nostro quotidiano ci porta a vivere in giorni che si susseguono tutti uguali, una caotica routine, fintanto che arriva il momento in cui si vive una situazione di "perdita", ed è solo in questo momento che diveniamo consapevoli del nostro "benessere". Benessere fisico, psichico, morale, sociale, economico, sociale che momentaneamente e per un tempo più o meno lungo viene meno. Realizziamo consapevolmente l'esistenza del nostro stato precedente di "benessere" vivendone la perdita. Solo in queste frange e ritagli di vita ci si rende conto della propria fragilità, ma passato  "il momentaccio" la vita ritorna con il suo caos.

Esiste però un mondo in cui la fragilità è permanente ed è un numero di persone in crescita

A questo  mondo di fragilità è stato dedicato nell'ottobre scorso a Firenze un Convegno Internazionale patrocinato dalla Fondazione Don Gnocchi ONLUS. L'obiettivo del convegno è stato quello di puntualizzare ed indagare il mondo della sofferenza e del dolore con l'intento di affrontarlo e per quello che si auspica e riesce a circoscriverlo. Tra i molti nomi importanti tre relatori d'eccellenza, Francesco D'Agostino, presidente del Comitato nazionale di Bioetica; Vito Mancuso, teologo all'Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano; Savino Pezzotta, presidente della Fondazione Tarantelli, già segretario generale della Cisl.
«Di fronte a un uomo che soffre - ha affermato D'Agostino a proposito della dimensione etica della sofferenza - le categorie ideologiche e o le divisioni fra laici e cattolici non esistono. Conta solo la capacità di curare l'uomo sofferente nel miglior modo possibile. Io condivido il paradigma "personalistico", che in ultima analisi vede nel male una possibilità di bene, proprio perché considera la persona nella sua totalità e non come un semplice insieme di sensazioni.

 continua

 

Numero 2 feb/mar 2007

 

Si tratta di un approccio ben diverso rispetto alla prospettiva utilitaristica, che considera invece la sofferenza come una negatività assoluta e insanabile, da combattere con attenzione al rapporto costi-benefici, contemplando anche il ricorso all'eutanasia nei casi estremi e insanabili. Dobbiamo preoccuparci profondamente quando l'eutanasia non viene considerata nemmeno più un gesto pietoso, ma una fredda prassi normata per legge, come avviene ad esempio in Olanda e in altri Paesi del nord Europa».

«Simone Weil parlava di "disagio dell'intelligenza credente" di fronte al dolore -sono state le parole di Mancuso relative alla dimensione antropologico-filosofica della sofferenza -. Il cristianesimo è una filosofia del bene, dell'amore, come ci ha ricordato il Papa nella recente enciclica. L'origine del male fisico rientra nella dimensione che fin dalla notte dei tempi ha visto l'uomo evolversi e progredire. Tutto ciò avviene grazie alla guida di un'entità più alta, che ha fatto in modo che l'uomo fosse un fascio di "relazioni ordinate": il concetto di salute deriva da qui. Quando questo ordine si rompe, e lo fa in modo spesso irrazionale o imprevedibile, noi soffriamo».

Pezzotta si è soffermato sulla dimensione sociale della sofferenza: «Oggi abbiamo beni materiali e immateriali in enorme quantità, che nessuna delle generazioni precedenti ha avuto. L'uomo si sente spesso onnipotente e in ogni momento viene rappresentato con l'immagine deformata di bellezza, successo, valenza puramente economica e ricchezza materiale. In questa visione utilitaristica la sofferenza viene spesso negata e occultata. Ciò non vuol dire che non esista anche da un punto di vista sociale: la prima fragilità è quella del mondo, con le sue guerre e conflitti, poi c'è la debolezza dell'economia mondiale che nonostante il progresso economico e tecnologico non riesce ancora a evitare milioni di morti per fame. A livello italiano esistono molte sofferenze: da quella dei meno abbienti, al drammatico calo demografico; dalla poca attenzione per le famiglie numerose, agli infortuni sul lavoro; dalla non autosufficienza di tantissimi anziani, al lavoro nero. Per rispondere serve una nuova progettazione dell'agire sociale e politico in grado di creare luoghi dove abili e non abili possano incontrarsi e aiutarsi. Tutto ciò si realizza creando una nuova economia "mista", non limitata al dualismo pubblico-privato, ma aperta anche alle straordinarie potenzialità del sociale e del non profit».

 

Ma come ricordato nel convegno Eliott scriveva: - La gente cambia e ride, ma la sofferenza resta-." E tutti noi operatori del settore, che come tali dovremmo aver affinato alcune sensibilità, siamo stati ricondotti alla cruda realtà della "fragilità umana" dall'espressione di uno dei pionieri della riabilitazione, Prof. Silvano Boccardi:-".i reali problemi non sono nella persona portatrice di handicap, ma nel mondo che lo circonda!.." e dall'esperienza dell'unico relatore portatore di handicap invalidante, che ci ha esotato a :-"..non essere ciechi!..."

L'augurio vero dal mondo della fragilità, è stato rivolto al mondo dei giovani da uno dei nomi più rinomati della Geriatria e Gerontologia, Prof. M. Trabucchi, che ha esortato:...all'Etica della Formazione"dire ai giovani che la cultura è la più alta forma di etica civile e professionale. Civilmente trasforma le pietre di scarto in pietre angolari, permettendo di partecipare alla vita!..."

Accrescere la consapevolezza del nostro e dell'altrui esistere è un obiettivo da raggiungere in toto. Un proverbio cinese dice:-Se ci pensi un anno prima pianti riso, se ci pensi dieci anni prima pianti alberi, se ci pensi cento anni prima educhi un popolo-.

Non credo esista una ricetta o prescrizione "magica"affinché tutto ciò si attui, ma penso che più modalità possano concorrervi; per tale motivo accetto, conscia delle mie grandi limitazioni, l'invito "epistolare" con LA CASTELLINA ECOMUSEO, auspicando un arricchimento reciproco ed augurando a tutti noi una buona lettura ed un divenire consapevole!

 

Liliana Buontempi

CASTLLINA MARITTIMA CITTA' DELL'ALABASTRO

 

Un PROGETTO/MANIFESTO per lanciare "La settimana del cavaiolo"

 

 

La definizione semantica di Città trova la sua origine nella parola latina civitas e riassume al meglio il senso di comunità, insieme di persone/cittadini che condividono identità, cultura e tradizione. Castellina Marittima ha maturato una storia di secoli attraverso una risorsa unica e caratterizzante, l'alabastro scaglione. Pietra unica al mondo e della migliore qualità conosciuta, oggi l'alabastro di Castellina non è sufficientemente apprezzato, se non assai di rado.

Il rischio gravissimo è quello di perdere in poco tempo un valore prezioso e soprattutto il lavoro ed il sacrificio che tanti cavaioli e famiglie del luogo hanno prestato nei secoli.

Il progetto di realizzare l'Ecomuseo dell'Alabastro che recuperi la memoria della comunità/civitas/città trova compimento in una serie di attività complementari a quelle prettamente museali.

Si tratta di organizzare e potenziare l'ARCHIVIO DELLA MEMORIA attraverso una serie di operazioni tecniche e sistemiche che possano conservare e potenziare l'identità di un territorio fortemente caratterizzato. Infatti non tutti e con tale concentrazione potrebbero vantare in Italia l'appartenenza a generazioni di cavatori ...

Si tratta di un PROCESSO PARTECIPATO che richiede il coinvolgimento della comunità attiva, delle associazioni, dei giovani, infine dell'amministrazione pubblica che deve coordinare e verificare strumenti e finalità.

Nel PROCESSO di costruzione e recupero dell'identità vengono coinvolti anche gli interventi di carattere strutturale ed urbanistico che ridisegnano pertanto l'immagine del corpo sociale e non solo architettonica della città, intesa come luogo di accoglienza e civile convivenza.

La scelta di forte identità fatta dall'Amministrazione comunale con il nome di CITTA' dell'ALABASTRO definisce l'APERTURA della comunità alla conoscenza. Rappresenta il tentativo esplicito di preservare il proprio patrimonio e di consegnarlo alla conoscenza dell'umanità.

La promozione di questo messaggio, che deve essere misurato e progressivo, potrebbe conseguire una ridefinizione e consolidamento dell'identità attuale della città attraverso il recupero di quella passata.

L'idea di una SETTIMANA DEL CAVAIOLO che si svolga nei luoghi di socializzazione e divulgazione culturale a Castellina Marittima nel mese di agosto ha l'obiettivo di valorizzare le iniziative già in programma e al contempo di coinvolgere l'intero corpo sociale della città.

Il periodo di svolgimento dovrebbe essere la settimana di agosto in cui è collocata la "Cucina Povera" (per il 2007 17-19 agosto).

 

Il programma, ricco e articolato, dovrà coinvolgere il turista che si rechi a Castellina Marittima, almeno la mezza giornata, invitandolo a visitare l'Ecomuseo e a godere degli spettacoli in programma, per poi degustare i prodotti tipici presso i ristoranti cittadini o la Cucina Povera stessa.

Arte, estemporanee, fotografia, performance teatrali di strada, mercatini artigianali e di prodotti tipici, degustazioni, dimostrazioni della lavorazione dell'alabastro, spettacoli di danza, concerti di musica classica, saranno localizzati nel centro cittadino, nella piazzetta dell'Ecomuseo, nel Parco Montauti e in altre frazioni del Comune.

Si potrebbe valutare l'opportunità di individuare uno spazio adeguato per l'organizzazione di un concerto di musica leggera.

L'evento culminante della settimana, nella domenica conclusiva, sarebbe "LA CORSA DEL CAVAIOLO", la cui realizzazione prevede un pieno coinvolgimento ed espressione dei RIONI COMUNALI per tutto l'anno.

I rappresentanti dei RIONI si sfidano per il conseguimento dello STENDARDO, illustrato ogni anno da un artista di chiara fama secondo un incarico a seguito di una procedura concorsuale ad invito.

Viene primariamente costituito un COMITATO al quale partecipano i rappresentanti dei RIONI, del COMUNE, che coordina e delega la gestione e la promozione dell'evento.

Viene redatto un REGOLAMENTO sia per la gestione degli eventi che per l'organizzazione della CORSA.

I RIONI possono autofinanziarsi tramite sponsor locali e non, ma non tradizionalmente legati all'amministrazione comunale per evitare disparità di trattamento. Altro canale di finanziamento può essere l'organizzazione di feste e sagre presso il Parco Montauti secondo principi omogenei di durata e di rotazione. In questa maniera viene incrementato il richiamo turistico verso Castellina Marittima.

Si prevede che attraverso un investimento oculato e programmato di risorse umane, economiche e finanziarie il Comune di Castellina possa definitivamente essere individuato come CITTA' DELL'ALABASTRO.

 

Roberto Russo

 

 

L'ARTE A CESTELLINA

 

Mi ha sorpreso e incuriosito la prospettiva di scrivere su questo giornale, per la possibilità di stabilire un contatto diretto, non impersonale, con una comunità locale di per sé eterogenea e vivace, rappresentativa, a suo modo, delle energie infaticabili e audaci del nostro Paese.

Finalmente possiamo constatare, anche su vasta scala, segnali di una nuova tendenza capace di riconoscere ed apprezzare i talenti dei piccoli borghi, della provincia, di quei distretti territoriali che non hanno dimenticato la peculiarità della propria storia e delle proprie radici, che non si sono lasciati opprimere irreversibilmente dal demone dell'omologazione.

Maggiore valore deve essere attribuito al complesso di sforzi, mirati a garantire spazi di discussione, dibattito, confronto culturale, anche laddove la composizione demografica della comunità si è necessariamente assottigliata, trovandosi costretta ad assecondare il flusso migratorio verso i grandi centri economici ed industriali.

Creatività è anche questo: innovazione rispetto ad un contesto, sviluppo non cieco, bensì consapevole di punti di forza e di debolezza, di una cornice entro cui si intende dare forma ad un preciso, armonico, disegno.

Non rappresentano un concetto astratto o prescindibile i percorsi sinuosi e suggestivi per arrivare dall'entroterra o dal mare fino a Castellina spostandosi con l'automobile, inevitabilmente, impiegando più di un'ora da Pisa e da Livorno, 30 minuti da Volterra; allo stesso modo, non rappresentano un semplice dettaglio coreografico o pittoresco le colline castellinesi, dalle viscere scavate per generazioni dai cavaioli locali.

La costituzione di un Ecomuseo manifesta la volontà di individuare un luogo pubblico, in cui conservare e coltivare tracce di una cultura materiale, incardinate in un passato che appartiene alla collettività e che per molti aspetti è molto più lontano di quanto il trascorrere oggettivo del tempo possa lasciar presupporre.

Negli ultimi 50 anni il cambiamento degli stili di vita individuali e collettivi è stato incomparabilmente superiore a quello stimabile per centinaia di trascorse generazioni.

L'industrializzazione e la società dei consumi di massa, insieme alle conseguenze sul piano ambientale ed economico, hanno prodotto un solco invalicabile, per cui, se da una parte è inimmaginabile un ritorno ad uno stadio preesistente, in nome di un auspicato nuovo equilibrio, d'altro canto diventa non più rinviabile l'impegno per uno sviluppo eco-sostenibile, un tema in voga, ma quanto mai obbligatorio da affrontare.

La creatività allora può giocare un ruolo chiave nella individuazione di nuove vie alternative di crescita; in questa ottica, sono in modo particolare le aree marginali, periferiche, più conservatrici e resistenti rispetto a fenomeni di trasformazione e di oblio, parzialmente incontaminate dal mostro dell'inurbamento selvaggio e indiscriminato, a poter offrire uno stimolo ed un contributo di primo piano, in tutti gli ambiti.

Ripartire dalle comunità locali credo sia imperativo.

In qualsiasi settore, e dunque nondimeno in quello artistico, incontrarsi in un forum, in una piazza pubblica per discutere e confrontarsi a partire da dati concreti, costituisce  una autentica sfida ed uno stimolo alla ricerca di modalità nuove per interpretare i fenomeni ed i possibili sviluppi.

Lo spazio dell'Ecomuseo ed anche quello di questo giornale costituiscono una piazza, un forum pubblico a disposizione di curiosità, di possibili costruttive critiche, di eventuali proposte attraverso cui esprimere la propria voce all'interno della comunità.

Trovo particolarmente felice la coincidenza della presentazione ufficiale del giornale di natura spiccatamente popolare, in occasione dell'inaugurazione di una mostra di omaggio alla Pop Art.

Opere di artisti di provenienza e background differente si mostrano a fianco per consentire una lettura in chiaroscuro, con luci ed ombre, ottimistici ammiccamenti e abissi di tragicità, di uno dei fenomeni artistici più travolgenti del ventesimo secolo.

Come sottolineava la critica americana Lucy Lippard in apertura di un famoso libro su questa espressione artistica "[....] L'arte Pop mostrò subito di incontrare il favore dei giovani di tutto il mondo, che reagirono in modo entusiastico alle implicazioni, sia a quelle «hot» sia a quelle «cool», di un linguaggio così diretto; attrasse la generazione di mezzo che guardava con ansia verso i giovani alla ricerca di uno stimolo per quel che concerne le arti e il divertimento, attrasse tutti coloro, di qualsiasi età, che riconobbero la sua validità formale."

La Pop Art, come suggerito dal nome stesso di "arte popolare", deve la propria capacità di impatto e di penetrazione al fatto di aver assunto il linguaggio quotidiano dei mezzi di comunicazione di massa e della pubblicità.

Abolisce il confine tra arte e vita del consumatore medio, rovesciando praticamente l'arte addosso alla gente, erigendo ad oggetti di culto banali scatolette di conserva di pomodoro, tubetti di dentifricio, macchine da scrivere, contenitori di detersivo. Tutto diventa gigante, esagerato, iperbolico.

Si eleva un inno al gusto e al retrogusto del possesso.

Il culto dell'oggetto portabile e consumabile rievoca il rito dell'acquisto nei nuovi templi del supermarket.

Il campo dei sentimenti e delle emozioni viene fagocitato dalla morbosa voluttà di possesso. La relazione con l'altro, ridotto a pura fonte di possibile piacere, viene appiattita in un orizzonte dove la massa indistinta sembra quasi subire le strategie di marketing, capaci di sezionare in modo trasversale gli aggregati sociali segmentandoli in fasce di clienti. "Target" è anche il titolo di un quadro di Jasper Johns.

Di per sé potrebbe sembrare scarsamente significativo, tuttavia è folgorante per la efficace atonia emotiva, per la disidratazione sentimentale che stride con i precedenti, per così dire romantici, dell'astrattismo espressionista americano e dell'arte informale di matrice europea.

Perseguire un obiettivo a qualsiasi costo, il contesto relazionale non conta, a meno che non sia funzionale allo scopo da raggiungere: questo cinismo narcisista trova esaltazione più o meno ottimistica o amara nei lavori pop. Non è un caso la persistenza di questo tipo di linguaggio artistico, neppure lo è il susseguirsi, anche in questi mesi in Italia, di grandi mostre su singoli protagonisti di quella che potremmo evocare come "Pop generation": Warhol a Roma, Oldenburg a Torino"

Hanno ancora molto da dire!

 

 

Francesca Pepi

 

LE INTERVISTE


"CANTINA ETRUSCA" SALE SUL " POGGIO AGLI SCALZI"


La storia vinicola dei Moscardini , Pierofosco e Francesco, figli di Pasquino, carbonaio in Castellina, è un edificante spaccato dei primi anni '60 e del fervore, del coraggio, dell'entusiasmo di quel meraviglioso periodo dell'Italia che rialzava la testa.
Imbottigliavano vino a Cecina - i due fratelli-, lo caricavano su una -600 Familiare- e scorrazzavano l'entroterra pisano per fornirlo casa per casa e a poche botteghe. Gli affari prosperano, il coraggio si fortifica e nasce l'avveniristica intuizione di guardare alla grande distribuzione, allora ai primi passi, come canale privilegiato per la diffusione del prodotto.
Per centrare l'obiettivo servono prezzo equo , qualità e quantità del prodotto. Su prezzo e qualità i fratelli Moscardini sono maestri ma in tema di quantità occorre cambiar registro.
Necessitano spazio e strutture e i fratelli, con un ritorno alle origini, vanno a cercarlo nel territorio di Castellina e, per motivi logistici e di viabilità, tra quelle quattro case che allora costituivano la frazione de Le Badie. Insieme al terreno sul quale nasce la "Cantina Etrusca", i Moscardini acquistano la contigua azienda agricola "Poggio agli scalzi". E da qui  inizia la vicenda della seconda generazione, quella di Alberto ( figlio di Francesco) e di Valerio ( figlio di Pierofosco) che, nel solco delle tradizioni paterne, hanno l'innovazione nel D.N.A e decidono una nuova strategia di mercato: da un lato "Cantina Etrusca" con il suo mezzo secolo di know-how e dall'altra "Poggio agli scalzi", l'azienda agricola acquistata nel 1971. Il perché lo spiega Alberto.
" Abbiamo ritenuto -dice- che le piccole aziende agricole fossero giunte a un bivio : rinnovarsi o scomparire".
E avete scelto la via dell'innovazione qualitativa.
" Direi meglio, di una diversificazione tra qualità ,prezzo e quantità di "Cantina Etrusca" con il suo ampio mercato ed una linea di prodotti che puntano ad un altro target di consumatori senza peraltro perdere di vista il fattore prezzo che rimane determinante"
E quindi?
" L'impianto di nuovi vigneti nel 1998, la prima vendemmia del 2002, catastrofica per le condizioni metereologiche e neppure vinificata e, nel 2003 il primo imbottigliamento, quasi tutto a base di sangiovese".
Notizia confortante: la difesa di un vitigno autoctono dall'ondata di piena di quelli francesi !
"Non sarei così categorico. Il sangiovese entra e rimarrà in tutti i nostri blend perché è quello che ne sottolinea meglio l'impronta toscana, ma -Bolgheri insegna-, non si può rimanere rigidamente ancorati al passato. Oltretutto, per le caratteristiche del nostro terreno, quello del merlot è il vitigno che da i migliori risultati qualitativi".
Tra quelli di importazione "Poggio agli scalzi" su quali punta?
"Per i bianchi su vermentino e viognez e per i rossi su cabernet, sauvignon, merlot e sirac, ma senza mai perdere di vista il sangiovese"
Naturalmente con la consulenza dell'enologo.
"Naturalmente con la preziosa collaborazione di un maestro come Giovanni Bailo"
Attualmente qual è la vostra linea produttiva?
" Una, più ambiziosa, formata dal bianco "Silente" (vermentino e viognez) e dai rossi "Le Matassine" (sangiovese, cabernet, sauvignon e sirac), "Pierofosco"(sangiovese, cabernet e merlot) e da un vino superiore, interamente di merlot della vendemmia 2005 che apparirà nel 2008 e il cui nome sarà "Poggio agli scalzi". A questa linea che potremmo definire nobile, se ne affianca una più semplice, ma di prodotti assolutamente corretti, che sotto il logo di " Campo a' cipressi" offre bianco, rosso e rosato"
Parliamo di marketing: D.O.C, strade dei vini, Guide, promozione del territorio.
"La nostra è la D.O.C. di Montescudaio, una delle più antiche, della quale rappresentiamo il lembo più a settentrione; "Consorzio strada dei vini Costa degli Etruschi", del quale facciamo parte, e certe Guide, rappresentano oggi un nervo scoperto che ci fa irritare. Dopo l'esordio con l'emblema dei "2 bicchieri" dello scorso anno, nell'ultima edizione siamo, insieme ad altre aziende, letteralmente scomparsi. E' una grave scorrettezza. Avremmo accettato di buon grado un declassamento, se motivato, ma la non menzione è inconcepibile. Il nostro Consorzio, che trai compiti istituzionali avrebbe quello di difenderci, che poteri ha? E come li esercita? Quanto alla valorizzazione del territorio è un problema che richiede una soluzione non più rinviabile. Chi non rientra nell'ottica di Bolgheri va per conto proprio. Vendere Bolgheri sull'onda del Sassicaia è facile, lo è meno per quei prodotti che provengono da un terroir non valorizzato e in questa direzione dovremmo spingere tutti insieme".
Esiste un progetto di rilancio del "Consorzio strada dei vini Costa degli Etruschi" con l'ingresso nel Consiglio d'Amministrazione dei Comuni interessati e con il cambio del marchio in "Terra degli Etruschi". Cosa ne pensa?
" Bellissima la più appropriata ed ampia denominazione di "Terra degli Etruschi" e meritoria ed encomiabile l'eventuale decisione del Comune di Castellina di entrarne a far parte per difendere l'immagine del proprio territorio"
Chiudiamo con due conti: quanto produce "Poggio agli scalzi" e dove vende?
" Quarantamila bottiglie all'anno, non ha più scorte da ulteriore invecchiamento e vende soprattutto in Toscana ad enoteche e ristoranti. E' iniziata, però, anche la penetrazione nei mercati nazionale ed estero e le prospettive, seppur non immediate son quelle di guardar lontano".
Se no che Moscardini sarebbero? Auguri.

Valberto Miliani

RETROSPEZIONI

 

Premetto ...

L'inizio di un nuovo percorso potrebbe sembrare incerto e insicuro, soprattutto se si tratta di una pubblicazione stampata in una generale... [...]

Un gesto d'affetto


Amare un paese significa, a mio giudizio, rispettarne storia e identità, compenetrarsi nelle sue radici ed operare per la sua crescita "culturale" laddove il termine esce dal classico ambito di arte, letteratura, storia e scienza per spaziare in quello di ambiente, urbanistica, economia, sociologia, enogastronomia, evoluzione industriale e artigianale e quant'altro concorra a determinare lo sviluppo di un territorio. Roberto Russo, responsabile della " Caesar"che gestisce l'Ecomuseo dell'alabastro, mi parlava, un paio di mesi fa, della necessità di un "foglio" che contribuisse ad avvicinare l'istituzione ai castellinesi che la vivono poco, non la vivono affatto o la considerano alla stregua di  recupero edilizio di una struttura fatiscente.
Conoscendo periodicamente - mi diceva- avvenimenti di livello internazionale che ha ospitato e che ospiterà, numero di visitatori che ha richiamato, programmi per il futuro a breve, media e lunga scadenza, può darsi che qualcuno cominci a sentire l'Ecomuseo un po' più suo, a considerarlo con un briciolo d'orgoglio o comunque a fare qualche riflessione sulla sua funzione nel tramandare uno spaccato importante della vita del paese. Ci dolevamo -entrambi- nel sentir dire che il "progetto è fallito" poiché la cava di S.Luce è allagata ( e ci auguriamo vivamente che l'Amministrazione del paese confinante trovi in tempi brevi le risorse per renderla agibile superando oggettive difficoltà di natura geologica) ed entrambi ci sconfortavamo nel sentir affermare che il percorso museale era mozzo in testa e in coda poiché anche Volterra, tappa finale, pareva snobbarlo. Ma non è già tanto che dai suoi meravigliosi musei trasmetta il messaggio dell'importanza di Castellina, con la fornitura del minerale più puro del mondo, in quella che è stata la grande storia dell'alabastro a Volterra? Una fornitura, tra l'altro, che continua poiché gli "scaglioni" che Knauf  estrae dal loro letto di gesso vengono regalati ai maestri volterrani.
Da queste riflessioni è nata l'idea di una pubblicazione bimestrale da inviare a tutti gli amanti di Castellina, a Musei, Biblioteche, Associazioni culturali ed Enti Pubblici, da trasferire su un blog in via di realizzazione, da distribuire gratuitamente in edicola, Ecomuseo, Biblioteca Comunale e, qualora lo desiderassero, nei pubblici esercizi.
Non ho avuto la minima esitazione a mettere a disposizione di Roberto Russo e della "Caesar" la firma di direttore responsabile e di risvegliare dal sonno la testata de" La Castellina" con l'intento di riqualificarla in modo più raffinato rispetto alla sua storia grazie all'apporto di un Comitato di Redazione di alto livello e di firme prestigiose. Nasce così "La Castellina Ecomuseo" il cui ambizioso obiettivo è quello, immediato, di proiettare l'immagine di una realtà in continuo divenire qual è l'istituzione ( che non è nata per essere la copia di altri musei con ben altra storia alle spalle bensì per offrire una testimonianza della civiltà del lavoro nel territorio anche tramite eventi artistici di valenza internazionale in grado di richiamare un pubblico che difficilmente sarebbe attratto dal solo Ecomuseo) e quello -parliamo ancora di obiettivo- a più lungo termine, di contribuire, attraverso una metodica analisi ed un approfondito dibattito, alla crescita di quella "cultura" ambientale, urbanistica, aziendale, enogastronomica ,economica e sociale della quale parlavo all'inizio e che, con tutte le sue sfaccettature, fa parte dello spirito di Ecomuseo come rappresentazione della civiltà di un paese.
Ci proviamo, consapevoli della difficoltà del percorso, ma altrettanto certi che la pubblicazione rappresenterà comunque un gesto d'affetto verso Castellina e la sua gente.

Valberto Miliani