LA CASTELLINA ECOMUSEO

ARTE, CULTURA, AMBIENTE A CASTELLINA MARITTIMA DALL'ECOMUSEO DELL'ALABASTRO blog gestito da Raffaela Maria Sateriale

L’attività dell’escavazione dell’alabastro a Castellina tra le due guerre (1919 -1

L’attività dell’escavazione dell’alabastro a Castellina tra le due guerre (1919 -1939).

 

Quello che è emerso nella mia precedente nota, è una fotografia sociale di una realtà interessata da un fenomeno evolutivo, che la porterà agli inizi del XX secolo ad identificarsi strettamente con l’escavazione dell’alabastro.

Tant’ è che negli anni 1913/14 le cave della Società Anonima Marmolajo impegnano oltre 150 addetti. Con lo scoppio del 1° conflitto mondiale, nelle cave rimasero pochi operai addetti alle manutenzioni e che si limitavano a scavare quella minima quantità d’alabastro per far fronte alle richieste provenienti dalle Americhe. Con la fine del conflitto, l’attività riprese progressivamente tanto da occupare complessivamente circa 1000 operai (1920-26).

In tale periodo a Castellina erano presenti tre Società impegnate nell’escavazione: la Società Anonima Marmolajo, con sede in Pisa, la Società Anonima Castellina, con sede in Livorno e la Ditta Eredi Avv. Rossi-Ciampolini. La produzione estrattiva è ai suoi massimi: basti pensare che nelle sole cave della Società Marmolajo (per la quale abbiamo i dati forniti dal Novaria), al 1928 si arriva ad estrarre 44.359 quintali d’alabastro (punta massima nel mese di maggio con q.li 4.838).

Il periodo che va dal 1919 al 1929 circa, può essere paragonato per la sua intensa e vivace attività al ventennio 1850-70 in cui il settore alabastrino ebbe un forte impulso con l’avvio di numerose fabbriche e laboratori.

La situazione è rispecchiata anche dalle statistiche ufficiali. Infatti, nella ‘Relazione sul servizio minerario e statistica delle industrie estrattive in Italia nell’anno 1935’, si può leggere che:

…L'alabastro gessoso bianco, scavato con lavori sotterranei nel Volterrano (Pisa), che nel 1926 superò le 14.000 tonnellate, e si mantenne sulle 13.000 fino al 1929,

Purtroppo da tale data, però, tutto il settore subì una profonda crisi.

Si legge sempre nella sopra citata relazione:

….(l’escavazione) andò in questi ultimi anni progressivamente declinando fino a ridursi a 3.530 tonnellate nel 1934. Nel 1935 si nota un aumento di 690 tonnellate sul 1934, ciò che fa sperare sulla ripresa di questa interessante Industria che manda i suoi prodotti greggi e lavorati in tutto il mondo.

Purtroppo ciò non  avverrà: nella stessa relazione mineraria relativa l’anno 1939, è riportato:

L’alabastro gessoso del Volterrano (l’alabastro di Castellina era accomunato nominalmente a quello di Volterra N.d.A.) stenta a riprendersi dopo la caduta di questi ultimi anni, e sarà ben difficile possa più raggiungere la produzione del 1926, che superò le tonn. 14.000. La diminuzione verificatasi nel 1939, rispetto al 1938, è stata di tonn. 1.535.

Complessivamente, nel 1939 furono escavate 1.550 tonnellate, con una diminuzione dell’89% rispetto alle 14.000 del 1926 !

Le motivazioni che portarono ad una si fatta caduta furono molteplici, ma senz’altro il principale imputato fu il tracollo economico americano del 1929 che si ripercosse sul sistema economico globale, colpendo in prima istanza, tutte quei prodotti d’importazione, tra cui anche l’alabastro.

La crisi definitiva si avrà dal 1940 con la 2^ guerra mondiale, che di fatto paralizzerà quasi completamente la produzione d’alabastro.

Arch. Stefano Rossi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CASTELLINA, LE PROFESSIONI E I MESTIERI ( 1841 )

 

In un contesto di crescita sociale ed economica, in primo piano si viene a collocare quale indicatore basilare,l’analisi del fattore demografico; sia dal punto di vista degli individui presenti sia sotto il profilo della espressione lavorativa da essi svolta.

Quanto diremo emerge da un’analisi condotta sullo stato delle Anime del 1841 ( in relazione al primo censimento Granducale) di Castellina Marittima.

In esso sono censite 244 famiglie abitanti nella Parrocchia di San Giovanni Battista, di queste n. 18 sono in qualche modo correlate all’attività di escavazione dell’alabastro, ad esse debbono aggiungere ulteriori tre famiglie ‘impegnate’ nell’escavazione del rame, (altra attività allora presente sul territorio) per un totale di 21 famiglie pari all'8,60% del complessivo.

Tra queste si censiscono 19 ‘scavatori d’alabastri’, n.1 ‘maestro di miniera’, n.1 ‘scavatore di rame in Montevaso’ e un ‘sorvegliante alle cave di rame

Bisogna ricordare che lo Stato delle Anime nella quasi globalità, riporta la professione del capofamiglia tralasciando quella degli altri componenti; comunque, questi ci offre uno spaccato abbastanza esaustivo sulla realtà sociale del tempo (vedi tabella fine articolo).

Ciò detto il dato sugli addetti all'escavazione contrasta palesemente  con la cifra riportata dal Fiumi, il quale fa ammontare gli stessi a n.81 unità occupati in tredici cave ( a Volterra ne esistevano otto ).

Ritenendo attendibili le cifre riportate dal Fiumi, è plausibile pensare che al 1841 i cavatori per la maggior parte dovessero provenire ancora da altri territori.

Qualunque siano le deduzioni emergenti dallo studio delle professioni riportate sullo Stato delle Anime, l’industria dell’escavazione sta definendosi sul territorio (come emerge dai dati del Fiumi).

È comunque anche vero che ancora il popolo castellinese, è sostanzialmente un popolo ancora dedito all'agricoltura (40,21%) in cui molti lavoratori operavano in un arco professionale estremamente aperto e poco qualificato, rimanendo quasi tutti entro l'ambito dei mestieri più umili (22,3%).

Di contro, una presenza di n. 85 tra possidenti e proprietari ( con tutte le riserve su tale locuzione), sono la prova più eclatante di quella politica lorenese tesa a creare una nuova ‘borghesia rurale’ di proprietari che si contrapponesse alla classe nobiliare, spesso assenteista. Alcuni di essi, poi, si trasformeranno in imprenditori del settore dell’alabastro.

Interessante risulta anche il dato sugli occupati nel settore artigianale, che con il suo 7,00%, si colloca al quarto posto dopo il possidente e prima degli ‘escavatori d’alabastri’.

Piuttosto blando, invece, è il dato degli addetti ai ‘servizi’ soprattutto relativamente all'attività dei barrocciai e vetturini, che con le sue n.5 unità, è estremamente basso per un territorio in cui in un decennio dal 1829 al 1838, furono estratte dal 4 ai 6 milioni di libbre, pari a 1358-2037 tonnellate di alabastro. (L. Dal Pane)

In conclusione, quello che emerge è una fotografia sociale di una realtà interessata da un fenomeno evolutivo, al dire il vero ancora lento, ma che la porterà agli inizi del XX secolo, ad identificarsi strettamente con l’escavazione dell’alabastro.

Infatti, come già abbiamo avuto la possibilità di dire, è in questo periodo che si ebbe una ripresa dell'attività estrattiva, ripresa che porterà ad avere in cava, negli anni 1913/14 oltre 150 addetti. (G. Novaria).

 

Arch. Stefano Rossi

 

 

 

 

 

 

La solitudine dell’ artista teatrale a pochi ansiosi giorni prima delle prove.

 

 

La solitudine dell’ artista teatrale a pochi ansiosi giorni prima delle prove.

Di Claudio Neri

 lo non sono niente, ma porto

in me tutti i sogni del mondo. F.Pessoa

 

 la regia è un percorso di solitudine. Solitudine plura­le, dunque mutevole; solitudine contraddittoria poiché sovrappopolata, soli­tudine vissuta in mezzo agli altri, quindi non sentita immediatamente; solitu­dine sincopata di chi non è mai solo, solitudine vivace, reattiva, sul chi vive, sempre tesa all'ascolto, alla complicità, alla disponibilità, all'empatia.   L'apparente ritiro del regista ha un solo scopo: la sua integrazione; la sua differenza una risorsa: la sua assimilazione progressiva; la sua singolarità, una speranza: irrigare, con­taminare, conquistare, vincere, forzare, col consenso liberamente concesso, lo spirito, il cuore, i nervi, i muscoli, il respiro di coloro che si sono impe­gnati accanto a lui. ognuna delle sue decisioni inizierà dunque coll' essere sovrana, per venire alla fine condivisa. Così, dall'inizio, dalla scelta dell'opera: eccezionalmente " commissionata", più spesso scelta per solitudine, questa gli s'impone solo quando lui ne sente, ancora nell'oscurità del suo desiderio, lo spazio vergi­ne, la parte segreta, tanto più ostinata quanto l'opera, dovutamente visitata altrove, commentata, rappresentata, appare a tutti priva di difesa, quasi sen­za sorpresa, familiare. Un caso archiviato, diremmo. Ma in teatro, appunto, non esiste peggior illusione del "va da sé". I testi, così come "le persone" scriveva Jean Paulhan, "ci guadagnano a essere conosciuti. Ci guadagnano un mistero". Se lui sceglie è per conoscere le ragioni nascoste della sua scelta. Mette in scena tanto questa ricerca che il suo risultato.

Dunque, ecco che l'opera è scelta. Rimane da fissarne la versione scenica, se si tratta di un testo italiano ma tradotta dal francese . Salvo poche eccezioni sarà preferibile che la traduzione sia nuova; quindi altrettanto datata,  . Il regista incontra il autore, se è vivo o se è disponibile, ma in questo caso ahimè no ; il traduttore, se è stato trovato dato che ce ne sono molti. Con la loro guida postuma o spirituale accede all'intimità dell'ope­ra. Se si tratta di una traduzione entra nell'alterità dell'altra lingua, ne misu­ra il margine d'irriducibilità. Valuta le perdite, a volte i guadagni. Ha fiducia nel "traghettatore". Non gli si abbandona a occhi chiusi . Sa che nel determi­nare il testo da recitare dovrà intervenire su quello che della scrittura origi­nale non potrà essere trascritto nella lingua ricevente. Il teatro come "la poe­sia", secondo il poeta italiano Zanzotto, "è sempre anche il luogo della lin­gua non scrivibile, ma impossibile da evitare". Ogni giorno procede oltre nella profondità del testo. Pluralità crescente della lettura, singolarità, soli­tudine crescente della sua appropriazione.

Giunge quindi il momento di scegliere i compagni d'équipe, a cominciare dagli attori. Bisogna sempre parlare di scelta , l'impresa perenne, il regista mercenario e non abbastanza padrone della produzione. Altrimenti scade tutto nella prevedibilità o nell'imposizione. Il personaggio non preesiste mai a colui, o colei, che il regista ha scelto per incarnarlo; e co­sì lo spazio, la luce, il tono, il ritmo dello spettacolo integreranno sempre qualcosa della storia anteriore dei suoi compagni, con o senza di lui. Un te­sto, forse una distribuzione, una compagnia sono stati scelti: dunque molto è stato già concluso, per quanto occultato, ancora invisibile, tracciato con l'inchio­stro simpatico, sotto il bianco della pagina, palinsesto. Ma lui non lo sa, non deve saperlo.

Ecco venuto il tempo, breve, lungo, poroso, chiuso, delle prove; o, per me­glio dire, alla tedesca, della "probe", della sperimentazione. Rimanere in ascolto di un mondo, nella penombra del suo foro interiore; provare, cancel­lare, rispondere, cercare altrove, ritornare (i dipinti sotto il dipinto); calmare i pazzi, infervorare i saggi, stupirsi di ciò che è familiare, addomesticare ciò che è sconosciuto, un giorno dopo l'altro, creare il vuoto, essere soltanto va­cuità, corpo attraversato dalla parola, dallo scritto parlato che s'incarna e s'incendia, che era già li e non lo sapevamo. Altera, intrattabile, a volte soli­taria, la sottomissione del regista all'emergere dell'invisibile, essenziale, sot­to quel po' di visibile "trattato", lì, nell'inquadratura della scena. Un giorno, finalmente, la rappresentazione ha luogo, nel suo spazio e nella sua durata e nella preziosità rara di ciò che meglio la caratterizza: il suo rit­mo, il suo tempo, la musicalità della composizione. Nel teatro è quel che si chiama il giorno della prima. Lui spera che lo spettacolo continuerà a germi­nare, a "lavorare" il corpo, la voce dell'attore, fino all'ultima replica e forse anche dopo, nelle veglie delle sue notti e nei sogni dei suoi giorni. Lo spettacolo-figlio avrà forza di vivere oltre il suo pensiero ? muoverà i primi passi solo dell’amore di padre?   Ma fin dalla prima l'essenzíale è pronto: il pubblico può entrare, il regista farsi da parte. A dire il vero lui non c'è già più, presente ovunque ma dissolto, aboli­to o forze solo paralizzato, dissipato in ogni gesto, in ogni movimento, spostamento, in ogni silenzio in ogni parola enunciata. Adesso il suo compito è di portare il lutto, fino alla prossima nascita nel ventre di un altro teatro. Per il momento, che non frequenti troppo la sala dove si dà lo spettacolo. Il minimo scarto da lui non programmato, non desiderato, potrebbe mandarlo a morte. Lutto per lutti di teatro si vive ma non troppo bene, un demone lo possiede ma ne farebbe anche a meno. Ma lui ti assalta e deve ricominciare a studiare , a leggere, a ripassare, a fantasticare, nuova solitudine penetra nella vecchia pelle........... soli­tudine vissuta in mezzo agli altri.............

 

 

Nostro Signore degli abissi ( da 20.000 leghe sotto i mari di Jules Verne) debutta al Teatro Niccolini di Castellina per il festival Antroporti il giorno 26 agosto 2007 alle 21.30.

Attori Paolo Giommarelli e Renato Romagnoli

Luci : Fabio Giommarelli

Regia : Claudio Neri

 

 

Dedicato a   Jacques Lassalle

 

 CLAUDIO NERI

 

  

SUL SENSO DEL PROGETTARE ARTE NEL TERRITORIO. RIFLESSIONI A MARGINE DI “SKULPTURE PROJECTS MUE

SUL SENSO DEL PROGETTARE ARTE NEL TERRITORIO. RIFLESSIONI A MARGINE DI “SKULPTURE PROJECTS MUENSTER 07”

 

Progettare la presenza e la collocazione di opere d’arte nel territorio non può essere considerato banale, né tanto meno, ridotto ad una semplice operazione di marketing della politica o del sistema che ruota intorno alla commercializzazione dei “prodotti” artistici.

Occorre una “visione”, una capacità di ascolto e di dialogo, non sempre esente da conflitti, con una realtà specifica, che si intende valorizzare, attraverso la realizzazione di opportunità di dibattito e di sviluppo culturale, senza i quali non è pensabile un reale sviluppo della società civile.

Produrre ed esporre arte richiede ed al contempo stimola riflessioni ed interrogativi sul senso e sulla direzione di un progetto. Realizzare mostre o famigerati “eventi” artistici non può essere ridotto ad un meccanismo autoreferenziale, che torni a vantaggio dei pochi eletti, i quali si spartiscono il frutto di operazioni del tutto avulse dal contesto economico, sociale, dalla storia, dalla conformazione geografica del luogo dove sono inseriti, senza rispetto della posizione soggettiva della comunità. Ciò non significa che coloro che sono coinvolti in manifestazioni di carattere artistico, o più estesamente, culturale debbano “obbedire” alla volontà, al desiderio degli abitanti “autoctoni” o dei loro rappresentanti e dei non addetti ai lavori, peraltro non provvisti delle competenze professionali necessarie per realizzare simili iniziative.

Proporre arte sottintende e intende creare un legame.

La mostra tradizionale, come del resto l’installazione e, a maggior ragione il site specific art – forse potrà essere scontato per chi opera nel settore, ma non sempre del tutto compreso in profondità- non costituisce un’operazione asettica. Richiede un progetto con una motivazione solida e capace di continuità, di prospettiva. Presuppone una riflessione sul contesto con cui si entra necessariamente in relazione.

Una delle definizioni più belle di biblioteca è “luogo dei legami”; credo che si attagli molto bene alla rete immateriale e materiale di relazioni che una operazione artistica attentamente progettata presuppone. Essa, infatti, racchiude ed esplica il legame con il luogo, in cui si realizza concretamente, con la sua comunità, intesa in senso sincronico e diacronico, e le diverse sfumature di ricezione e di attivazione che si vengono a creare. Riesce a rendere idea del rapporto tra comunità degli artisti e dei loro “interpreti”, critici, curatori, addetti stampa, ma anche promotori, galleristi, collezionisti, amanti dell’arte, eppoi ancora funzionari e amministratori degli Enti e delle Istituzioni, più o meno sensibili e capaci di cogliere le differenze, anche a livello qualitativo, delle proposte che arrivano ai loro tavoli e che devono trovare un investimento, non solo in termini materiali ed economici, ma anche morali.

Queste considerazioni, che tuttavia non ritengo esclusivamente soggettive, ma al contrario piuttosto “oggettive” sono originate da un duplice grimaldello, che ha accompagnato la mia estate, derivatomi dall’aver percorso le strade di Muenster, per il “SKULPTURE PROJECTS MUENSTER 07” e dalle mostre e situazioni artistiche da me curate e studiate in questo periodo. Necessariamente mi sono trovata a pormi degli interrogativi che andavano ben al di là del semplice “che cosa rappresenta quest’opera d’arte?”

Devo dire che è stato non solo stimolante, ma anche rigenerante potermi confrontare in modo fresco e diretto con i luoghi e la comunità viva, pulsante della città tedesca, che ha visto materializzarsi le idee e le opere di tanti padri della contemporaneità artistica quali Joseph Beuys, Donald Judd, Richard Long, Claes Oldenburg, Richard Serra, Walter De Maria, Bruce Nauman, Dan Flavin e Dan Graham, per non citare che i più noti.

Muenster, pur non avara di polemiche, specie in occasione della prima e forse più rivoluzionaria edizione dello “Skulptur Project”, si è rivelata al visitatore intento in una vera e propria caccia al tesoro di opere d’arte da rintracciare una città ospitale e dinamica, ma al tempo stesso attenta a preservare i segni, le tracce visibili e immateriali della propria storia, come sappiamo profondamente segnata dalla tragedia della seconda guerra mondiale, ma anche, risalendo indietro nel tempo, dai conflitti  religiosi tra cattolici e protestanti.

Interprete di queste insanabili lacerazioni, che non si intende vigliaccamente rimuovere o disconoscere, è stata, in particolare in questa edizione, l’artista Martha Rosler, che ha disseminato la città di opere segno della tragedia che si incarna nella storia attraverso gli uomini e le loro azioni.

L’artista ha trasformato Muenster  in un campo di memoria, realizzando un’architettura di simboli che si riferiscono alla sua storia. Ha issato l’emblema dell’aquila della Wehrmacht davanti alle vetrine di negozi della via commerciale in stridente contrasto con l’incentivazione acritica allo shopping, rendendolo così minaccioso e inerme al tempo stesso. Repliche delle gabbie che erano usate per esporre i corpi degli Anabattisti dopo la loro tortura ed esecuzione nel 1536, appesi dalla torre della Chiesa di S. Lamberto sono state collocate dalla Rosler significativamente davanti all’ingresso principale della Biblioteca Civica.

Ognuno degli artisti invitati  si è posto in dialogo con la comunità locale, come di tradizione per il “raduno” che a Muenster dal 1977 si ripete ogni dieci anni e che arricchisce la città di opere, alcune delle quali divenute parte integrante di essa, tessuto storico connettivo, altre invece del tutto effimere, ma non nel rigore e nella validità del progetto, come del resto si può evincere in base al retaggio spiccatamente “concettuale” riscontrabile nel DNA del “SCULPTURE PROJECTS MUENSTER”.

 

 

MARIA FRANCESCA PEPI

INTERVISTA CON ROSSANA SCHIAVO: “ LA VAMPIRA DI IMMAGINI”

 

Chi sono:
I'm 26 years old and I'm studying in the second year of my second university degree.. Actually my works are based on conceptual art and abstract art.
My search is about melancholy and anxiety.

 

 

 

INTERVISTA CON ROSSANA SCHIAVO: “ LA VAMPIRA DI IMMAGINI”

 

 

1)      Come si è evoluta la tua Pittura durante la tua formazione all’Accademia di Belle Arti di Brera?

2)      Cosa ti ispira ed influenza mentre dipingi e quanto la musica, in particolare il genere da te prediletto, black metal (n.d.r.)

3)      Alla luce della tua partecipazione in diversi siti artistici e del tuo dominio telematico su myspace[1], ritieni che il digitale e la tecnologia favoriscono o ostacolano la realizzazione dei processi creativi e la promozione dei propri lavori?

4)      In che misura ritieni che la Pittura possa influenzare l’esistenza di un individuo?

5)      Credi in Dio? E come lo rappresenteresti iconograficamente?

6)      Ci può essere un rapporto tra genialità e popolarità?

7)      Un modello di genio secondo il tuo parere?

8)      Tu hai partecipato alla rappresentazione visiva di liriche di una poetessa toscana, Lisa Massei, ce ne puoi parlare in maniera più specifica? e cosa pensi più in generale delle collaborazione interdisciplinari tra artisti ?

9)      La tua prossima esposizione?

 

 

 

 

 

1)      La mia pittura è notevolmente cambiata da quando frequento l’Accademia. Credo che ciò sia dovuto principalmente e, curiosamente, alle lezioni teoriche e non pratiche. Mi sono spinta a ricercare nuove tecniche e nuovi stili, in particolare l’astratto e ho cominciato a dare più peso all’elaborazione progettuale. Il progetto fa la differenza tra l’istinto e l’arte pensata, ragionata, vissuta.

 

2)      Quando dipingo sono solita ascoltare molta musica, non sempre black metal (eheh!)…La musica riesce a liberare una parte ‘inconscia’ di me, specialmente se sono da sola. Non mi è mai sembrato naturale dipingere alla presenza di altre persone. E’ sempre un lungo processo mentale che mi porta ad intervenire su una tela. Metto insieme molte idee che apprendo a lezione e creo qualcosa di informale che mi deve soddisfare in pieno. Alla fine sono esausta, perché diventa un’operazione fisica, oltre che di pensiero. Una volta, una mia professoressa mi disse ‘L’arte è fatica’: niente di più vero!

 

3)      Attualmente credo sia quasi indispensabile per un artista, di qualsivoglia genere, cimentarsi nel creare uno spazio personale nel mare di internet. Questo mezzo offre possibilità diversamente impensabili per farsi conoscere, ma anche per conoscere il lavoro di altre persone. Ne consegue un arricchimento personale che favorisce il proprio lavoro, anche se purtroppo non c’è un’adeguata ‘protezione’del materiale che viene proposto. Un rischio che si corre è l’appiattimento culturale: bisognerebbe riuscire ad andare oltre la passività e il ‘già visto’. Troppa gente si improvvisa artista da un giorno all’altro, invece l’arte richiede tempi lunghi. Credo altresì che la tecnologia possa dare una grossa mano al processo creativo, grazie all’elaborazione al computer di cui anch’io mi servo, ma il lavorare con altri materiali permette un’espressività incomparabile.

 

4)      Molti credono che si diventi artisti frequentando corsi particolari e che, una volta finiti di frequentare, le porte del successo siano lì ad attenderli per una vita di piaceri mondani. Per quanto mi riguarda, la pittura è sempre stata una parte determinante della mia vita. Ho imparato a disegnare da sola quand’ero molto piccola e fino all’Accademia ho percorso un cammino da autodidatta. Chi ha questo ‘dono’, non può prescinderne: è una modalità espressiva che ti accompagna silenziosa, ma quando irrompe all’improvviso ti costringe ad elaborarla. E’ come se si riuscisse a guardare il mondo attraverso grandi inquadrature e vedere certe cose sotto un altro punto di vista. La pittura ‘vissuta’ nel mio caso nasce dalla mia sensibilità, che non appare esteriormente (almeno a chi non mi conosce) e dalla mia sofferenza soggettiva. L’arte contemporanea è arte della sofferenza e della ‘rassegnazione’. Mi ci rispecchio.

 

5)      Non credo in Dio da quando avevo circa 14 anni… Nonostante ciò, sono iscritta al dipartimento di Arte Sacra Contemporanea a Brera. Una scelta difficile, anche se molto interessante e attuale, perché diversi corsi sono interconfessionali. Si tratta di sforzarsi di dare un senso più profondo alle proprie opere, anche perché l’arte sacra non è ‘arte cristiana’ (anche se lo può essere!). Se dovessi pensare a Dio, penserei alla Luce…

 

6)      Sì, credo che possa esistere un rapporto tra genialità e popolarità…Mi viene in mente la figura del giullare, che poteva permettersi di criticare il potere perché un po’ puro, un po’ folle, ma soprattutto amato dal popolo. Il genio, incompreso e outsider: sono due facce della stessa medaglia. Tutto sta nel sapersele giocare al momento giusto. Ma chissà quand’è il vero momento giusto…

 

7)      Uno solo non riesco a indicarlo, non posso che dire di sceglierlo fra i seguenti: Socrate, Federico II, William Wallace, Machiavelli, Leonardo, Schopenhauer, Baudelaire, Schiele, Rothko, Bacon, Basquiat, Benigni, Corrado Guzzanti, Johnny Depp…

 

8)      Per me Lisa Massei è innanzitutto una grande amica, oltre che essere un’ottima scrittrice. L’ho conosciuta diversi anni fa ad un concerto e da lì abbiamo iniziato una bella amicizia, che ci ha portate anche a partecipare insieme ad una serata (organizzata dai Buffonimaledetti a Pavia) in cui lei era impegnata in un reading ed io esponevo i miei quadri. Ho inoltre elaborato alcune opere ispirate al suo primo romanzo ‘Insomnia’, che sono presenti nel suo sito http://www.mielenero.altervista.org/. Nei romanzi di Lisa adoro quel senso opprimente e realistico di incomunicabilità, ma soprattutto quella sua capacità di creare immagini forti accostando parole, concetti lontani tra loro (‘Giallo e verde al posto degli occhi’, ‘Mangiare medusa e birra. Medusa e birra. Un gambero’, ‘Ridere con l’anima a galla’, ecc…). Penso sia molto costruttivo lavorare con un altro artista, scambiarsi idee, oppure semplicemente trarne ispirazione, ma è necessario condividere alcuni aspetti del suo vissuto per riuscire a entrare in sintonia con il suo modo di ‘fare arte’.

 

9)      Non so dire con esattezza quando sarà la mia prossima esposizione, per il fatto che quest’anno se ne sono già concluse tre in contemporanea alla fine di gennaio, organizzate dall’Accademia in tre città diverse. Vi terrò informati tramite i miei siti: quello che aggiorno più di frequente è www.myspace.com/follettorox.

 

ALIEN… ANTE Di Gianni Greco

 

ALIEN… ANTE

 

Di Gianni Greco

 

 

Prima che si parlasse di UFO, prima che esistessero cinema, TV e fotografia, prima che la tecnologia potesse dare adito a fraintendimenti volanti, gli UFO c’erano già. E chi li vedeva li scambiava per scudi fiammeggianti (clipei ardentes) o per segni divini (‘In hoc signo vinces’).

Testimonianze concrete se ne hanno in quadri dipinti da artisti illuminati, che inserivano tali oggetti in contesti quasi sempre religiosi, gabellandoli per interventi divini.

Da Ezechiele in poi fu così: avete presente il carro volante con tanto di alieni-angeli da lui accuratamente descritto nelle Sacre Scritture, illustrato poi in tante immagini superiori alle più sfrenate fantasie?

L’arte era il solo mezzo per tramandare un fatto ‘dannato’ (nel senso di escluso dai normali canoni etici), e a noi oggi basta fare un po’ di attenzione per scovare qua e là, dentro insospettabili dipinti, un sacco di UFO del passato.

Io stesso ho scoperto e reso pubblica la presenza di un bellissimo ‘disco volante’ in un affresco di Cosimo Rosselli, che fluttua da secoli in una chiesa di Firenze.

Perché loro, gli alieni, ci visitano da sempre, e forse ci hanno persino creati…

E se oggi è facilissimo architettare un falso scoop ufologico e specularci sopra, le testimonianze di quando niente di umano poteva volare appaiono le più veritiere e inconfutabili, specialmente se fermate per sempre da un consapevole, complice pennello.

Spesso la vita è un falso, ma l’arte è verità.

Basta solo guardare attentamente…

 

 

 

Nell’immagine: Il Battesimo di Cristo di Aert de Gelder (1645/1727).