LA CASTELLINA ECOMUSEO

ARTE, CULTURA, AMBIENTE A CASTELLINA MARITTIMA DALL'ECOMUSEO DELL'ALABASTRO blog gestito da Raffaela Maria Sateriale

La solitudine dell’ artista teatrale a pochi ansiosi giorni prima delle prove.

 

 

La solitudine dell’ artista teatrale a pochi ansiosi giorni prima delle prove.

Di Claudio Neri

 lo non sono niente, ma porto

in me tutti i sogni del mondo. F.Pessoa

 

 la regia è un percorso di solitudine. Solitudine plura­le, dunque mutevole; solitudine contraddittoria poiché sovrappopolata, soli­tudine vissuta in mezzo agli altri, quindi non sentita immediatamente; solitu­dine sincopata di chi non è mai solo, solitudine vivace, reattiva, sul chi vive, sempre tesa all'ascolto, alla complicità, alla disponibilità, all'empatia.   L'apparente ritiro del regista ha un solo scopo: la sua integrazione; la sua differenza una risorsa: la sua assimilazione progressiva; la sua singolarità, una speranza: irrigare, con­taminare, conquistare, vincere, forzare, col consenso liberamente concesso, lo spirito, il cuore, i nervi, i muscoli, il respiro di coloro che si sono impe­gnati accanto a lui. ognuna delle sue decisioni inizierà dunque coll' essere sovrana, per venire alla fine condivisa. Così, dall'inizio, dalla scelta dell'opera: eccezionalmente " commissionata", più spesso scelta per solitudine, questa gli s'impone solo quando lui ne sente, ancora nell'oscurità del suo desiderio, lo spazio vergi­ne, la parte segreta, tanto più ostinata quanto l'opera, dovutamente visitata altrove, commentata, rappresentata, appare a tutti priva di difesa, quasi sen­za sorpresa, familiare. Un caso archiviato, diremmo. Ma in teatro, appunto, non esiste peggior illusione del "va da sé". I testi, così come "le persone" scriveva Jean Paulhan, "ci guadagnano a essere conosciuti. Ci guadagnano un mistero". Se lui sceglie è per conoscere le ragioni nascoste della sua scelta. Mette in scena tanto questa ricerca che il suo risultato.

Dunque, ecco che l'opera è scelta. Rimane da fissarne la versione scenica, se si tratta di un testo italiano ma tradotta dal francese . Salvo poche eccezioni sarà preferibile che la traduzione sia nuova; quindi altrettanto datata,  . Il regista incontra il autore, se è vivo o se è disponibile, ma in questo caso ahimè no ; il traduttore, se è stato trovato dato che ce ne sono molti. Con la loro guida postuma o spirituale accede all'intimità dell'ope­ra. Se si tratta di una traduzione entra nell'alterità dell'altra lingua, ne misu­ra il margine d'irriducibilità. Valuta le perdite, a volte i guadagni. Ha fiducia nel "traghettatore". Non gli si abbandona a occhi chiusi . Sa che nel determi­nare il testo da recitare dovrà intervenire su quello che della scrittura origi­nale non potrà essere trascritto nella lingua ricevente. Il teatro come "la poe­sia", secondo il poeta italiano Zanzotto, "è sempre anche il luogo della lin­gua non scrivibile, ma impossibile da evitare". Ogni giorno procede oltre nella profondità del testo. Pluralità crescente della lettura, singolarità, soli­tudine crescente della sua appropriazione.

Giunge quindi il momento di scegliere i compagni d'équipe, a cominciare dagli attori. Bisogna sempre parlare di scelta , l'impresa perenne, il regista mercenario e non abbastanza padrone della produzione. Altrimenti scade tutto nella prevedibilità o nell'imposizione. Il personaggio non preesiste mai a colui, o colei, che il regista ha scelto per incarnarlo; e co­sì lo spazio, la luce, il tono, il ritmo dello spettacolo integreranno sempre qualcosa della storia anteriore dei suoi compagni, con o senza di lui. Un te­sto, forse una distribuzione, una compagnia sono stati scelti: dunque molto è stato già concluso, per quanto occultato, ancora invisibile, tracciato con l'inchio­stro simpatico, sotto il bianco della pagina, palinsesto. Ma lui non lo sa, non deve saperlo.

Ecco venuto il tempo, breve, lungo, poroso, chiuso, delle prove; o, per me­glio dire, alla tedesca, della "probe", della sperimentazione. Rimanere in ascolto di un mondo, nella penombra del suo foro interiore; provare, cancel­lare, rispondere, cercare altrove, ritornare (i dipinti sotto il dipinto); calmare i pazzi, infervorare i saggi, stupirsi di ciò che è familiare, addomesticare ciò che è sconosciuto, un giorno dopo l'altro, creare il vuoto, essere soltanto va­cuità, corpo attraversato dalla parola, dallo scritto parlato che s'incarna e s'incendia, che era già li e non lo sapevamo. Altera, intrattabile, a volte soli­taria, la sottomissione del regista all'emergere dell'invisibile, essenziale, sot­to quel po' di visibile "trattato", lì, nell'inquadratura della scena. Un giorno, finalmente, la rappresentazione ha luogo, nel suo spazio e nella sua durata e nella preziosità rara di ciò che meglio la caratterizza: il suo rit­mo, il suo tempo, la musicalità della composizione. Nel teatro è quel che si chiama il giorno della prima. Lui spera che lo spettacolo continuerà a germi­nare, a "lavorare" il corpo, la voce dell'attore, fino all'ultima replica e forse anche dopo, nelle veglie delle sue notti e nei sogni dei suoi giorni. Lo spettacolo-figlio avrà forza di vivere oltre il suo pensiero ? muoverà i primi passi solo dell’amore di padre?   Ma fin dalla prima l'essenzíale è pronto: il pubblico può entrare, il regista farsi da parte. A dire il vero lui non c'è già più, presente ovunque ma dissolto, aboli­to o forze solo paralizzato, dissipato in ogni gesto, in ogni movimento, spostamento, in ogni silenzio in ogni parola enunciata. Adesso il suo compito è di portare il lutto, fino alla prossima nascita nel ventre di un altro teatro. Per il momento, che non frequenti troppo la sala dove si dà lo spettacolo. Il minimo scarto da lui non programmato, non desiderato, potrebbe mandarlo a morte. Lutto per lutti di teatro si vive ma non troppo bene, un demone lo possiede ma ne farebbe anche a meno. Ma lui ti assalta e deve ricominciare a studiare , a leggere, a ripassare, a fantasticare, nuova solitudine penetra nella vecchia pelle........... soli­tudine vissuta in mezzo agli altri.............

 

 

Nostro Signore degli abissi ( da 20.000 leghe sotto i mari di Jules Verne) debutta al Teatro Niccolini di Castellina per il festival Antroporti il giorno 26 agosto 2007 alle 21.30.

Attori Paolo Giommarelli e Renato Romagnoli

Luci : Fabio Giommarelli

Regia : Claudio Neri

 

 

Dedicato a   Jacques Lassalle

 

 CLAUDIO NERI

 

  

Il Festival Antroporti ovvero L’Isola del Tesoro

 

 

Il vero viaggio di scoperta

non consiste nel cercare nuove

terre ma nell'avere nuovi occhi.

 

Marcel Proust

 

 

 

 

Approda quest’anno il festival Antroporti , nella sua ottava edizione nel paese di Castellina Marittima, che si fa carico da questa estate di avere il ruolo importante di comune capofila di una decina di comuni della Provincia di Pisa.

Ma che cosa vuol dire Antroporti e a quali figure di riferimento culturale  i direttori artistici e organizzativi del Teatro del Tè si sono ispirati ben pochi lo sanno.

Antropos in greco antico significa uomo , quindi il significato letterario del festival è porti dell’uomo, punti di approdo e di fusione di razze, culture, idee e pensieri , simbolo della istintiva voglia di spostarsi della natura umana, dell'impulso al movimento in senso più ampio. Nell’idea della sua nascita avvenuta nel 2000 ,i direttori artistici ,  Paolo Giommarelli, Pietro Malavenda e Claudio Neri , ebbero la proiezione visionaria  di creare una mappa immaginaria di paesi della nostra provincia che nella fantasia diventavano porti e centri di confluenza della vita sociale,  punti d’approdo del territorio provinciale che a sua volta era diventato immaginariamente un mare. Non si parlava ancora allora di creare delle reti tematiche e intercittadine  e Antroporti fù il primo festival in fase sperimentale di aver creato una rete . Il tema ,oltre il significato simbolico dei  porti dell’uomo , è il viaggio , il pellegrinaggio , l’erranza , il girovagare come atto fondamentale della ricerca di se e dello sconosciuto attorno a noi :  l’essere umano. La figura di riferimento morale e creativa del festival fù la figura emblematica di Hugo Ptatt , scrittore e fumettista, creatore del famoso Corto Maltese. Dai diari di questo grande scrittore e girovago si leggono le testimonianze empiriche di ciò che aveva guidato la sua vita e che influenzò i creatori del festival successivamente  : la curiosità. Tutta la sua vita fu imperniata sul cercare in ogni campo per comprendere meglio il mondo attorno a se e se stesso. “ ho trascorso gran  parte della mia vita passando da una ricerca all’altra, da un viaggio all’altro, da un libro all’altro. Anche altri hanno trascorso la vita in questo modo e li capisco “ diceva Pratt. “ Poi un giorno mi capita di non trovare un documento perchè, ad esempio, è stato bruciato nel Medioevo, ed è a questo punto che qualcuno come me può colmare questo vuoto inventando una storia: solo con me stesso, io do la mia interpretazione , e grazie all’immaginazione, esco dal cerchio in cui tutti i libri mi avevano rinchiuso”.

Antroporti sposò allora le tesi della ricerca del grande scrittore e disegnatore , del punto in movimento del sapere che mai giunge alla meta ma che la ricerca di se stesso, il suo cammino stesso diventa il fine . Una ricerca continua e immaginaria dell’ Isola del Tesoro, evocando il libro di Stevenson, che a citazione stessa del nostro ignaro maestro  così dichiarò: “ Mio padre aveva ragione, ho trovato la mia Isola del Tesoro. L’ho trovata nel mio mondo interiore, nei i miei incontri, nel mio lavoro. Trascorrere la mia vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia Isola del Tesoro. Naturalmente , è vero che i mondi che mi capita di visitare seguendo le mie ricerche possono a volte venir giudicati puerili e inutili, tanto sono lontani dai problemi quotidiani, ma ancor oggi ripenso a coloro che mi accusavano di essere inutile , e a quello che invece giudicavano utile, allora, a loro confronto , non solo provo il desiderio di essere inutile, ma ne sento addirittura il desiderio. “

Antroporti anche per questo ottavo anno inizia il suo viaggio da Castellina e prosegue il suo cammino continuando  ancora a servire  umilmente l’ideale ,secondo  l’ autorevole desiderio di un maestro, che fantasia e immaginazione possano essere molto più importanti di una inutile vita pratica.

 

 

Claudio Neri

Teatro del Tè